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	<title>Cibo per Tutti &#187; MISSIO</title>
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		<title>LUGLIO 2015: PROSEGUE IL CONTO ALLA ROVESCIA PER GLI OBIETTIVI DI SVILUPPO DEL MILLENNIO (SETTEMBRE 2015)</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Jul 2015 14:24:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[MISSIO]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Prosegue il conto alla rovescia verso settembre 2015, quando all’Assemblea dell’Onu, a New York, si analizzeranno i risultati conseguiti nella lotta alla fame e alla povertà, si discuteranno i piani e gli obiettivi futuri, nonché gli impegni che la comunità internazionale vorrà assumersi per raggiungerli. Un appuntamento fondamentale sia per chi si occupa di diritto al cibo, di problemi legati&#160;<a href="http://www.cibopertutti.it/luglio-2015-prosegue-conto-rovescia-per-gli-obiettivi-sviluppo-millennio-settembre-2015/" class="read-more">Continue Reading</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Prosegue il conto alla rovescia verso settembre 2015, quando all’Assemblea dell’Onu, a New York, si analizzeranno i risultati conseguiti nella lotta alla fame e alla povertà, si discuteranno i piani e gli obiettivi futuri, nonché gli impegni che la comunità internazionale vorrà assumersi per raggiungerli.</p>
<p>Un appuntamento fondamentale sia per chi si occupa di diritto al cibo, di problemi legati alla condizione umana e ai fenomeni di coesione sociale, sia per chi segue le vicende geopolitiche internazionali, i contesti di violenza e di conflittualità armata (vedi il documento base della Campagna), legati a doppio filo a quelli di impoverimento e di indigenza.</p>
<p>Per ognuno dei dieci mesi che ci separano dall’evento, proponiamo:</p>
<p>– una riflessione sui vari aspetti della nostra Campagna; – un’azione che renda visibile per tutti la riflessione sul tema, che sia segno di impegno concreto; – un’icona biblica collegata alla riflessione e all’azione, per radicare il nostro agire sulla Parola di Dio e nel contempo innalzarlo in una forma di preghiera.</p>
<p>Luglio 2015 (-3)</p>
<p>LA RIFLESSIONE</p>
<p>riflessione</p>
<p><a href="http://www.cibopertutti.it/wp-content/uploads/2015/02/riflessione.gif"><img class="alignnone size-full wp-image-3383" alt="riflessione" src="http://www.cibopertutti.it/wp-content/uploads/2015/02/riflessione.gif" width="50" height="31" /></a>La povertà e la fame, che attanagliano vaste aree del pianeta, non sono più tollerabili in un mondo interconnesso e globalizzato come il nostro. Secondo gli ultimi dati della FAO ci sono al mondo 795 milioni di persone che soffrono la fame, il 98% delle quali vive nei Paesi in via di sviluppo, principalmente in Asia (511 milioni) e Africa (232 mln). Ma come scrive uno dei fondatori della Teologia della Liberazione, padre Gustavo Gutiérrez Merino: “la povertà non è una fatalità”. Ossia, non dobbiamo accettarla come un dato di fatto ineluttabile. Si tratta pur sempre di “una creazione di noi esseri umani che concorriamo a crearla”, dice Gutiérrez. Siamo responsabili in gran parte dei presupposti sociali che la determinano, e quindi possiamo anche far in modo che diminuisca fino a sparire del tutto. La povertà è multidimensionale: non ha solo a che vedere con la mancanza di soldi, ma comprende l’aspetto culturale, razziale e di genere. La condizione femminile è spesso una condizione di maggiore povertà, ad esempio.</p>
<p>L’AZIONE</p>
<p>azione</p>
<p><a href="http://www.cibopertutti.it/wp-content/uploads/2015/02/azione.gif"><img class="alignnone size-full wp-image-3384" alt="azione" src="http://www.cibopertutti.it/wp-content/uploads/2015/02/azione.gif" width="63" height="25" /></a>E’ per far fronte alle disuguaglianze e alle povertà crescenti che dal 13 al 16 luglio si terrà ad Addis Abeba la Terza Conferenza delle Nazioni Unite sui Finanziamenti allo Sviluppo. E’ un appuntamento importante perché i Paesi membri discuteranno di nuove modalità per mobilitare le risorse che sono necessarie ad imprimere un nuovo slancio nella mobilitazione internazionale sui nuovi Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. Si tratta di un dibattito difficile, in questo tempo di crisi nel quale i paesi ricchi sembrano essersi dimenticati dell’impegno assunto per la mobilitazione dello 0,7% del PIL in favore dei Paesi poveri, ed in cui le risorse pubbliche per lo sviluppo vedono un continuo calo. La cooperazione, ancorata ai principi di efficacia, di accountability e di rispetto delle politiche nazionali, può rappresentare però ancora uno strumento significativo, ed è necessario richiedere ai governi dei paesi ricchi maggiore impegno in questa direzione. In un tempo di problemi globali, occorre maggiore incisività proprio nel proporre soluzioni di portata globale: tra le varie soluzioni proposte per aumentare le risorse a disposizione, introdurre una tassa sulle transazioni finanziarie, ad esempio, è una opzione; è fondamentale inoltre un’azione sui flussi finanziari illeciti e sull’elusione fiscale, che sottraggono ai paesi più poveri quelle risorse che sarebbero invece già disponibili. Esiste inoltre il tema del ruolo degli operatori del settore privato nello sviluppo, che svolgono un ruolo chiave nella creazione di lavoro decente e rispettoso dei diritti umani, ma che devono operare in quadri di regolazione in grado di garantire il bene comune. Impegniamoci tutti su questo fronte, anzitutto informandoci su come andrà questo vertice mondiale, e in secondo luogo partecipando alle iniziative del terzo settore che chiede di aderire alle proposte sulla trasparenza della finanza e un commercio sano.</p>
<p>L’ICONA BIBLICA</p>
<p>Icona biblica</p>
<p><a href="http://www.cibopertutti.it/wp-content/uploads/2015/02/iconabiblica.gif"><img class="alignnone size-full wp-image-3385" alt="iconabiblica" src="http://www.cibopertutti.it/wp-content/uploads/2015/02/iconabiblica.gif" width="34" height="29" /></a>Come diceva Giovanni Paolo II il bisognoso può esser visto come un fardello, oppure come &lt;&lt;un’occasione di bene in sé, la possibilità di una ricchezza più grande&gt;&gt;. E’ proprio questo messaggio di forte empatia che possiamo tenere a mente quando pensiamo alla fame di interi popoli, all’apparenza tanto distanti da noi. I capi di Stato e di governo del mondo più sviluppato dovrebbero considerare le nazioni povere non come fardello ma come ricchezza. Nella parabola evangelica del buon samaritano, il povero che si trova in strada è da evitare sia per il sacerdote che per il levita. Questi gli passano accanto senza ‘vederlo’. Mentre per il samaritano quell’uomo è un’occasione di grazia, perché gli consente di mettere a frutto la propria umanità. E dunque, restituisce molto di più in termini di ricchezza d’anima.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Dai diamanti ai minerali insanguinati</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Jun 2015 13:26:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[MISSIO]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Creare un sistema europeo di autocertificazione del “dovere di diligenza” nell’acquistare stagno, tungsteno, tantalio e oro, provenienti da zone di conflitto. In termini tecnici è quanto chiede il Parlamento europeo (e quanto dovrà approvare ora il Consiglio europeo) agli importatori di questi minerali. Ossia alle imprese europee produttrici di telefonini, computer e quant’altro contenga tantalio e company, estratti in Paesi&#160;<a href="http://www.cibopertutti.it/dai-diamanti-minerali-insanguinati/" class="read-more">Continue Reading</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Creare un sistema europeo di autocertificazione del “dovere di diligenza” nell’acquistare stagno, tungsteno, tantalio e oro, provenienti da zone di conflitto.</p>
<p>In termini tecnici è quanto chiede il Parlamento europeo (e quanto dovrà approvare ora il Consiglio europeo) agli importatori di questi minerali. Ossia alle imprese europee produttrici di telefonini, computer e quant’altro contenga tantalio e <i>company,</i> estratti in Paesi come Repubblica Democratica del Congo o Nigeria.</p>
<p><strong>Per inciso, il tantalio è un ottimo conduttore e viene usato soprattutto nell’industria elettronica.</strong></p>
<p>Però è prodotto in gran quantità nelle nere miniere africane. Dove si sfrutta la manodopera e i ricavi si utilizzano per finanziare le guerre. Dunque, diventare più responsabili di ciò che produciamo e che proviene da zone altamente a rischio, è un dovere per l’Europa. Questo principio, se non proprio assodato, comincia lentamente ad entrare nella mentalità del Vecchio continente. Ma basta vincolare le multinazionali ad essere più “diligenti” nel controllo della filiera? Certamente non è sufficiente ma aiuta a prender coscienza di un problema.</p>
<p>Il percorso è lungo e i risultati non sono affatto scontati. Ma un primo dato è tratto. <strong>Lo scorso 20 maggio il Parlamento europeo ha dato via libera, in prima lettura, ad un testo che introduce la tracciabilità obbligatoria per oltre 800mila imprese dell’Ue che utilizzano questi quattro minerali.</strong></p>
<p>La novità è che gli emendamenti proposti e approvati vanno un po’ oltre il testo deliberato dalla Commissione europea: rendono cioè obbligatori certi controlli. Attenzione: si tratta pur sempre di un’ “autocertificazione” ma stavolta non volontaria, bensì vincolata a dei controlli e a degli obblighi.</p>
<p>C’è da dire che esiste un precedente: è rappresentato dagli Stati Uniti che nel 2010 hanno approvato una legge, la <i>Dodd Frank</i>, che impone alle aziende quotate in Borsa e che utilizzano stagno, tantalio, tungsteno e oro, di certificare che questi minerali non provengono dalla Repubblica Democratica del Congo o dai Paesi confinanti.</p>
<p>E questa buona pratica viene citata nel testo: la proposta di regolamento adottata dal Parlamento europeo invita a &lt;&lt;legiferare in base al modello della legge statunitense sui &#8220;minerali dei conflitti&#8221;. La Commissione ha annunciato, nelle sue comunicazioni del 2011 e 2012, la sua intenzione di riflettere sulle possibilità di migliorare la trasparenza lungo l&#8217;intera catena di approvvigionamento, compresi gli aspetti legati al dovere di diligenza&gt;&gt;.</p>
<p>Nel caso americano ci sono delle differenze sostanziali, però. Perché si fissano dei paletti rigidi e si vieta del tutto il commercio con Paesi altamente a rischio. Nel caso europeo invece si fa il percorso inverso: non si vuol vietare di fare affari con un numero preciso di Paesi, ma si chiede alle imprese di controllare da dove vengano le materie prime acquistate. Il vincolo, dunque, è meno rigido. Ma inizia a strutturarsi l’idea di una tracciabilità, come nel caso del Processo di Kimberly che riguarda i diamanti “insanguinati”. Questo negoziato è iniziato nel 2000 in Sud Africa e si è concluso nel 2002 con l&#8217;adozione di un sistema internazionale di certificazione per i diamanti grezzi estratti e commercializzati legalmente.</p>
<p>Da allora, tutte le partite di diamanti grezzi esportate devono essere accompagnate da un certificato non falsificabile in cui si attesti che la spedizione non contiene diamanti insanguinati. Naturalmente le imprese multinazionali, oggi come ieri, protestano. Perché il controllo di tutta la filiera richiede l’esborso di soldi e un notevole impegno. Più semplice è comprare all’estero senza preoccuparsi minimamente degli effetti perversi di questi commerci.</p>
<p>&lt;&lt;Le imprese devono assumersi la responsabilità di garantire ai consumatori che esse procurano risorse naturali in modo trasparente e responsabile – scrive la Focsiv, prima sostenitrice di una Campagna europea sui minerali &#8211; Considerato l’elevato consumo di minerali nel mercato europeo, Focsiv, assieme a CIDSE (composta da 17 organizzazioni cattoliche europee e americane, tra cui la Focsiv) &#8211; ritiene che l’Unione Europea debba porsi in prima linea nel richiedere norme più stringenti sui minerali dei conflitti e promuovere la garanzia dei diritti umani&gt;&gt;.</p>
<p>Centoquaranta vescovi della Chiesa cattolica, provenienti da 38 Paesi in cinque continenti, hanno finora aderito alla Campagna, sottoscrivendo una dichiarazione per chiedere all’Unione Europea di adottare un regolamento più stringente ed efficace.</p>
<p>Stefan Reinhold, coordinatore dei lavori di <i>advocacy</i> compiuti da CIDSE sulla questione dei minerali dei conflitti, ha detto che &lt;&lt;gli Stati membri europei avranno ora la possibilità di sostenere e rafforzare ulteriormente questa legislazione. Ci sono molti esempi provenienti da tutta Europa, come la legge <i>Due Diligence</i> in Francia o la <i>Modern Slavery Act</i> nel Regno Unito, che mostrano una netta tendenza nel regolamentare meglio le attività delle imprese, in modo da evitare il loro coinvolgimento in violazioni dei diritti umani e dare garanzie ai cittadini di non essere complici attraverso i propri acquisti&gt;&gt;.</p>
<p>Certo il dubbio è lecito: quando la palla passa dalla Commissione e dal Parlamento europeo, al Consiglio europeo (ossia i capi di Stato o di governo dei 28 Stati membri dell&#8217;Ue) gli impegni si fanno meno impegnativi. Perché? Il Consiglio europeo dà dei pareri e adotta conclusioni sui più svariati temi, in base alle decisioni prese dai singoli governi. E’ qui che l’Unione europea scricchiola, sotto il peso della centralità ancora molto forte degli Stati-nazione. Le decisioni devono passare per i Parlamenti nazionali e non è detto che questi ultimi tengano fede a quanto deciso dal Parlamento europeo. «Sappiamo per esperienza – ha detto Emmanuelle Devuyst del <i>Jesuit European Social Centre</i> &#8211; che il Consiglio europeo cercherà di depotenziare i risultati positivi raggiunti in Parlamento. Dobbiamo convincere i nostri governi a rispettare le decisioni dell’assise di Strasburgo». Per far sì che questo non avvenga, la pressione sui singoli governi e sui Parlamenti nazionali dovrà essere molto forte nei mesi a venire.</p>
<p><strong>Vediamo nello specifico i punti nevralgici della proposta di regolamento votata dal Parlamento di Strasburgo</strong>: &lt;&lt;Le imprese a valle, devono, nel quadro del presente regolamento e conformemente alle linee guida dell&#8217;Ocse, adottare tutte le misure ragionevoli per identificare e affrontare i rischi nella loro catena di approvvigionamento dei minerali e dei metalli contemplati dal presente regolamento. In tale quadro, esse sono soggette a un obbligo d&#8217;informazione sulle loro prassi di diligenza ragionevole per un approvvigionamento responsabile&gt;&gt;.</p>
<p>Inoltre &lt;&lt;la Commissione dovrebbe monitorare da vicino e comunicare gli oneri legati all&#8217;approvvigionamento responsabile, all&#8217;esecuzione di <i>audit</i> da parte di soggetti terzi, alle loro conseguenze amministrative e al loro impatto potenziale sulla competitività, in particolare delle Pmi&gt;&gt;.</p>
<p>La britannica <i>Global Witness</i>, uno dei <i>think tank</i> più attivi sul fronte della ricerca per individuare i nessi tra lo sfruttamento delle risorse naturali, le guerre e le aziende occidentali, è da anni attenta al caso della Repubblica Democratica del Congo.</p>
<p>Il voto della Camera di Strasburgo è stato accolto come un successo, o quantomeno un passo avanti, ma in certe zone africane purtroppo l’impegno non basta.</p>
<p><strong>Sul suo sito la <i>Global Witness</i> scrive che nel Nord del Kivu, nella parte orientale del Paese,</strong> il conflitto tra ribelli e governativi va avanti da anni e che nonostante le garanzie da parte del ministro congolese delle Attività estrattive e Miniere, di adeguarsi alle richieste e standard di <i>due diligence</i> (dovere di diligenza) dell’Ocse, ci sono prove di numerose violazioni da parte di gruppi ribelli e forze anti-governative.</p>
<p>Il Congo, terra da sempre al centro di numerosi conflitti, spesso a bassa intensità (e migliaia di morti) generati da una corsa all’accaparramento delle innumerevoli risorse, possiede ingenti giacimenti di oro, diamanti, rame e coltan (dal quale si ricava il tantalio). Si tratta di un minerale indispensabile per l’industria <i>high tech</i>, di cui il Congo possiede l’80% delle riserve mondiali. Dalla ricchezza derivata dall’estrazione del coltan le popolazioni locali non hanno tratto alcun vantaggio. Al contrario le loro terre sono state espropriate e gli introiti hanno finanziato la guerra civile.</p>
<p>Dall’altra parte del mondo, invece, qualcuno ha tratto vantaggio eccome da questi commerci, arricchendosi a dismisura senza porsi domande e alimentando di fatto una conflittualità che viene poi attribuita al solo mondo “in via di sviluppo”.</p>
<p>(di ilaria de bonis)</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La finanza islamica contro la speculazione</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Jun 2015 13:25:35 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Il mondo si aspetta che lo slogan dell’Expo “Nutrire il pianeta” diventi un reale impegno per bloccare quella finanza che spregiudicatamente continua a speculare sul cibo. Altrimenti le belle parole sulle eccellenze alimentari, sulle indispensabili difese delle biodiversità e sullo sviluppo di una agricoltura diffusa e sostenibile, fatta di produttori e di consapevoli consumatori, striderebbero di fronte al miliardo di persone&#160;<a href="http://www.cibopertutti.it/finanza-islamica-contro-speculazione/" class="read-more">Continue Reading</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Il mondo si aspetta che lo slogan dell’Expo “Nutrire il pianeta” diventi un reale impegno <strong>per bloccare quella finanza che spregiudicatamente continua a speculare sul cibo. </strong>Altrimenti le belle parole sulle eccellenze alimentari, sulle indispensabili difese delle biodiversità e sullo sviluppo di una agricoltura diffusa e sostenibile, fatta di produttori e di consapevoli consumatori, <strong>striderebbero di fronte al miliardo di persone che ancora convivono con lo spettro della fame e dell’indigenza.</strong></p>
<p>Da Milano dovrebbe partire un’azione decisa, da parte dei governi, insieme alle altre istituzioni e associazioni interessate, per proibire che banche e <i>hedge fund</i> giochino con i derivati, soprattutto con i <i>futures</i>, sull’andamento dei prezzi dei prodotti agricoli.</p>
<p>Il cibo fa parte, con il petrolio e le altre materie prime,  delle cosiddette <i>commodity</i> che sono sempre di più oggetto di morbosa attenzione e di interesse da parte dei settori della finanza in cerca di speculazioni ad alto rischio. Negli ultimi dieci anni si sono registrati momenti di altissima tensione e volatilità su questi mercati. Nel 2007, nel 2010 e nel 2012 si sono avuti dei boom dei prezzi seguiti poi da repentini abbassamenti. Ciò ha prodotto dal 2008 a oggi un aumento medio in termini reali di oltre il 50% dei prezzi delle derrate alimentari.</p>
<p><strong>Questi improvvisi movimenti sui prezzi non sono il risultato del “gioco” della domanda e dell’offerta, ma di operazioni in derivati finanziari fatte da attori che non sono né coinvolti né interessati alla produzione o all’acquisto reale dei prodotti.</strong> Sono soprattutto <i>futures</i>, cioè scommesse sul prezzo futuro di un prodotto agricolo o di un minerale. Esperti della <i>Commodity Futues Trading Commission</i>, l’agenzia americana che dovrebbe regolare questi derivati, hanno denunciato che, nel mezzo della grande crisi, i capitali speculativi sul mercato delle <i>commodity</i> di Chicago sono passati dai 29 milioni di dollari del 2003 ai 300 miliardi del 2007-8. Sono chiamati “investimenti passivi” in quanto assumono posizioni speculative di lungo periodo, scommettendo su importanti aumenti dei prezzi del petrolio e/o delle derrate alimentari. Sono capitali su cui, operando con la leva finanziaria, si possono creare derivati finanziari per un valore di 30-100 volte maggiore della base sottostante. In altre parole per ogni tonnellata di grano prodotto se ne possono artificialmente vendere e comprare cento! Si è così inventato anche il “grano di carta”! Prima, con la speculazione sul petrolio, c’erano i cosiddetti “barili di carta”. Sono i miracoli della finanziarizzazione dell’economia.</p>
<p>Adesso i prezzi del cibo sono oggetto anche dell’ <i>high frequency trading</i>, cioè di operazioni finanziarie gestite automaticamente dai computer, per giocare su piccolissime variazioni del prezzo in millisecondi. Questo sistema, che muove il 90% dei volumi dei <i>futures</i> finanziari, ha già generato “situazioni valanga” con dei veri sconquassi del mercato. In questo modo si manipolano sia le aspettative degli andamenti di borsa che i prezzi, inducendo l’intero mercato a ritenere inevitabile il prezzo indicato dai <i>futures</i>.</p>
<p>I profitti naturalmente sono enormi. Ma l’eccessivo aumento dei prezzi delle derrate alimentari provoca delle impennate inflattive sui prezzi del cibo con effetti devastanti soprattutto nei Paesi più poveri del Sud del mondo. Di conseguenza, milioni di famiglie, che solitamente impegnano per l’alimentazione il 75% del loro bilancio, diventano incapaci di provvedere al loro minimo sostentamento, dando luogo, a volte, alle rivolte del pane. Si ricordi che tra le cause delle primavere arabe vi è stato anche l’aumento dei prezzi del cibo provocato dalla speculazione. Quando poi i prezzi scendono in modo altrettanto repentino, molti piccoli coltivatori, soprattutto dei Paesi emergenti, vengono messi fuori gioco, incapaci di reggere una volatilità così grande che si trasferisce velocemente dai mercati finanziari globali anche a quelli dei beni reali a livello locale.</p>
<p><strong>E’ una aberrante deformazione dell’economia e della vita dei popoli.</strong> Le voci che si levano contro sono troppo poche. Solo papa Francesco non si stanca di ripetere, come ha fatto di fronte alla FAO, che <strong>&lt;&lt;è doloroso constatare che la lotta contro la fame e la denutrizione viene ostacolata dalla “priorità del mercato”</strong>, e dalla “preminenza del guadagno”, che hanno ridotto il cibo a una merce qualsiasi, soggetta a speculazione, anche finanziaria&gt;&gt;.</p>
<p><strong>Viviamo il paradosso dell’abbondanza:</strong> ci sarebbe cibo per tutti, ma molti non lo possono avere, nemmeno per sopravvivere. In un mondo di crescenti conflitti, non solo politici e religiosi, perché non organizzare all’Expo un incontro su questi temi, con rappresentati della cosiddetta <strong>“finanza islamica” che da sempre è schierata contro la speculazione sul cibo e sulle derrate alimentari?</strong> Sarebbe un contributo importante per dare concretezza ad idee largamente condivise sul piano teorico, ma, purtroppo, non facilmente attuabili rispetto alle perverse logiche della pura speculazione e del dio danaro.</p>
<p><em>(Paolo Raimondi)</em></p>
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		<title>La diga che affama gli etiopi</title>
		<link>http://www.cibopertutti.it/diga-affama-gli-etiopi/</link>
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		<pubDate>Mon, 22 Jun 2015 13:24:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[MISSIO]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Gibe III è il nome di una diga gigante in costruzione nella valle dell’Omo, in Etiopia. Iniziato alla fine del 2006, il mega-progetto è affidato alla società italiana Salini Costruttori che sarebbe già a metà dell’opera. All’apparenza un’ottima notizia: dighe e acqua, uguale sviluppo. Ma l’equazione non è affatto matematica. Tutt’altro. Sull’ambizioso progetto idroelettrico pesano le accuse di gravi violazioni&#160;<a href="http://www.cibopertutti.it/diga-affama-gli-etiopi/" class="read-more">Continue Reading</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">Gibe III è il nome di una diga gigante in costruzione nella valle dell’Omo, in Etiopia. Iniziato alla fine del 2006, il mega-progetto è affidato alla società italiana Salini Costruttori che sarebbe già a metà dell’opera. All’apparenza un’ottima notizia: dighe e acqua, uguale sviluppo. Ma l’equazione non è affatto matematica. Tutt’altro.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Sull’ambizioso progetto idroelettrico pesano le accuse di gravi violazioni delle leggi etiopi e delle convenzioni internazionali, denuncia la onlus <i>Survival International</i>.</strong> Inoltre, ogni “grande opera” che non rispetti il parere delle comunità locali, soprattutto in Africa, sa di grande affare ma di pessimo servizio alla gente. L’allarme è partito da associazioni locali e internazionali, prima fra tutte appunto Survival, che ritengono la diga catastrofica per i popoli indigeni della bassa Valle dell’Omo, già messi a dura prova dalla progressiva perdita di controllo e accesso alle loro terre. Il che significa che un’opera così, anziché aiutare la gente la penalizza. Eppure la <strong><i>Industrial and Commercial Bank of China</i> (ICBC)</strong> – la più grande banca cinese – ha accettato di finanziare parte della costruzione della diga, e nel 2012 la Banca Mondiale ha deciso di finanziare le linee di trasmissione dell’energia.</p>
<p style="text-align: left;"> Il 31 marzo 2011 il governo etiope ha invece ritirato la richiesta di credito d’aiuto inoltrata al governo italiano nel 2009, interrompendo gli accertamenti sulla finanziabilità del progetto della Cooperazione Italiana, per via della pressione delle Ong italiane.<strong> </strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong>Quella che abbiamo appena raccontato è solo una delle tante storie di <i>land grabbing</i> (accaparramento della terra) che vengono quotidianamente subite in Etiopia.</strong> Nel 2011 il governo etiope ha cominciato ad affittare enormi appezzamenti di terra fertile nella regione della bassa valle dell’Omo ad aziende malesi, italiane, indiane e coreane, specializzate nella coltivazione di palma da olio, jatropha, cotone e mais per la produzione di biocarburanti. Sempre stando a <i>Survival</i>, per far spazio al grande progetto statale Kuraz Sugar Project le autorità hanno iniziato a sfrattare dalle loro terre i Bodi, i Kwegu e i Mursi, trasferendoli in campi di reinsediamento.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>I granai delle comunità e i loro preziosi pascoli sono stati distrutti.</strong> Ecco perché opporsi al fenomeno del<strong> <i>land grabbing</i> in tutte le sedi</strong> (nazionali, europee, internazionali) è importante. E ignorare che esista il problema (all’origine della fame in Africa), come sta facendo l’Italia istituzionale all’Expo di Milano, ci rende complici e parte del problema. Fortunatamente <strong>la società civile italiana ha ben presente il problema e ne discute con grande cognizione di causa, anche a Milano.</strong> Cascina Triulza (la ‘casa’ della società civile che partecipa anche se un po’ marginalmente all’Expo promuove dibattiti su questi temi e va seguita con attenzione.</p>
<p><i>(ilaria de bonis)</i></p>
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		<title>Chi ha rubato il mio pane?</title>
		<link>http://www.cibopertutti.it/rubato-mio-pane/</link>
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		<pubDate>Wed, 04 Feb 2015 12:34:22 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>BRASILE. Qualcuno può dirmi dove è andato a finire il pane che non sta dove dovrebbe stare? Chi lo prese è perchè aveva fame, o per puro desiderio di guadagno? In qualsiasi posto sia stato portato, tutti sanno che il pane accumulato invecchia, ammuffisce e fa male, soprattutto a chi è rimasto senza- Uscendo da un piccolo ristorante della città un’anziana&#160;<a href="http://www.cibopertutti.it/rubato-mio-pane/" class="read-more">Continue Reading</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">BRASILE. Qualcuno può dirmi dove è andato a finire il pane che non sta dove dovrebbe stare? Chi lo prese è perchè aveva fame, o per puro desiderio di guadagno? In qualsiasi posto sia stato portato, tutti sanno che il pane accumulato invecchia, ammuffisce e fa male, soprattutto a chi è rimasto senza-</p>
<p style="text-align: left;"><span id="more-3348"></span>Uscendo da un piccolo ristorante della città un’anziana povera, nera, appena dimessa da l’ospedale, mi si avvicinò rispettosamente e mi chiese: &#8220;posso rubarle un minuto?&#8221;, &#8220;certamente&#8221;, risposi. Allora continuò: &#8220;Guardi signore ho fame e non ho soldi per comprare un pane&#8221;. Subito mi venne alla mente la domanda: chi le ha rubato il pane? O forse non ha il diritto di averlo?</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Ad una immensa moltitudine di persone hanno rubato il pane e il diritto ad averlo. </strong>A volte penso se, per caso, il denaro per comprare un pane non sta nelle banche che fatturano enormi guadagni. In questi giorni Bradesco, la maggior banca privata del Brasile, annuncia un guadagno liquido di due miliardi di euro, il 75% in più dell’anno scorso; e l’Itaù, altra banca privata, ebbe un guadagno di 3 miliardi, superando così l’eterno rivale Bradesco. In questa disputa per chi è il più forte, l’Itaù ebbe un guadagno di 113% superiore a quello dell’anno scorso. Vale la pena chiedersi: dove verrà impiegato un mucchio così grande di soldi, ottenuti con il sacrificio di piccoli risparmiatori, con alti interessi applicati ai prestiti, e tramite investimenti speculativi?</p>
<p style="text-align: left;"><strong> La premessa della disuguaglianza è sempre la stessa.</strong><br />
Quando da una parte c’è molto è perché manca dall’altra. L’accumulo può avere origini diverse, ma esso si mantiene sempre per una mancanza di equa distribuzione e attraverso molteplici azioni fraudolente. In Brasile, abbiamo mucche super fatturate, latte adulterato e formaggio rubato. Rubano perfino la purezza e la forza dell’acqua, il verde e la freschezza delle foreste, la fertilità e le ricchezze del sottosuolo. E molti uomini e donne, giovani, anziani e bambini, hanno la propria libertà saccheggiata. La loro dignità e i loro sogni sono rubati alla luce del giorno e nell’oscurità della notte. E’ come dice il poeta Edoardo Alves da Costa: “Nella prima notte essi si avvicinano e rubano un fiore dal nostro giardino. Nella seconda notte, non si nascondono più; calpestano i fiori, uccidono il nostro cane e noi rimaniamo in silenzio. Infine, un giorno, il più fragile di loro entra da solo nella nostra casa, ruba la luce e conoscendo la nostra paura, strappa la voce dalle nostre gole. E così non possiamo dire più nulla”. Rubare è peccato, non dimentichiamolo! Ferisce il settimo comandamento e attenta la sovranità etica e morale di ciascuno. Chi rubò il formaggio e il pane, il fiore e il frutto, la luce e la voce, non ha nessun scrupolo a rubare pure le sementi e le utopie, i sogni e i desideri. I ladri, tuttavia, non sempre sono fuori. Possono star dentro di casa. Non fuggiamo con il pane e il formaggio che appartengono ai nostri compagni e compagne. Non permettiamo che altri lo facciano. Nella tavola dell’umanità, servita dalle mani della giustizia, tutti devono aver garantito il diritto al pane con dignità.</p>
<p style="text-align: left;">(<em>di don Felice Tenero, che scrive dal Brasile</em>)</p>
<p>Photo Credit: <a href="https://www.flickr.com/photos/53318225@N00/271127371/">fedeil</a> via <a href="http://compfight.com">Compfight</a> <a href="https://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.0/">cc</a></p>
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		<title>Terra arabile agli africani!</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Jan 2015 11:12:59 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Di recente due importanti report, pubblicati da due distinti think tank internazionali, hanno parlato di agricoltura in Africa. Uno, l’Africa Progress Panel (il cui presidente è Kofi Annan), ha scritto che il suolo africano – cioè la terra arabile – è la più grande ricchezza del continente e sempre più lo sarà, tanto da superare le potenzialità del petrolio.Con il&#160;<a href="http://www.cibopertutti.it/terra-arabile-agli-africani/" class="read-more">Continue Reading</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">Di recente due importanti report, pubblicati da due distinti think tank internazionali, hanno parlato di agricoltura in Africa. Uno, l’<em>Africa Progress Panel</em> (il cui presidente è Kofi Annan), ha scritto che il suolo africano – cioè la terra arabile – è la più grande ricchezza del continente e sempre più lo sarà, tanto da superare le potenzialità del petrolio.<span id="more-3333"></span><span style="font-size: 16px;">Con il 60% della forza lavoro direttamente coinvolta nel settore agricolo è proprio lì che dovrebbe concentrarsi il focus dello sviluppo sostenibile, scrive. &lt;&lt;La terra è il futuro oro nero per l’Africa&gt;&gt;, ribadisce pure il </span><em style="font-size: 16px;">Guardian</em><span style="font-size: 16px;"> citando il report. Tuttavia il continente africano ha speso 35 miliardi di dollari nel 2011 per importare cibo dal resto del mondo, superando del 30% le esportazioni agricole. Il trend va invertito. </span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-size: 16px;">Un secondo report &#8211; pubblicato stavolta dal </span><em style="font-size: 16px;">Montpellier Panel,</em><span style="font-size: 16px;"> un gruppo di esperti e tecnici agronomi africani ed europei – ci dice una cosa in più. Dati alla mano, il 65% del terreno africano, nonostante la potenziale ricchezza, è talmente danneggiato da non poter essere utilizzato per la produzione agricola. L’Africa soffre – si legge nello studio intitolato “No ordinary matter: conserving, restoring and enhancing Africa’s soil” – una tripla minaccia: peggioramento della qualità del terreno, povertà del raccolto e popolazione in aumento. Siccità, abbandono delle terre, guerre e non ultima la coltivazione intensiva di terreni a soia per i bio-carburanti, rendono sempre meno fertile il suolo, e sempre meno adatto alla coltivazione. </span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-size: 16px;">La Fao avverte che se non introduciamo nuovi approcci per migliorare la qualità e la salute del terreno il totale di terra arabile pro-capite in Africa, nel 2050 sarà un quarto di quella che era nel 1960 e ci vorranno altri mille anni per ricreare un centimetro di terra buona da coltivare. Queste informazioni incrociate, apparentemente contraddittorie, ci dicono che la risorsa agricola rimane la ricchezza numero uno dell’Africa perché vale più di quelle del sottosuolo (peraltro non infinite e non rinnovabili, dal petrolio all’oro al cadmio). Soprattutto, darebbe lavoro a milioni di persone. Ma va preservata, curata, resa disponibile e non dispersa.</span></p>
<p style="text-align: left;">Ci preoccupiamo così tanto della ricchezza petrolifera, che succhiata via dal sottosuolo alla lunga non è più rimpiazzabile, e non ci preoccupiamo abbastanza della ricchezza della terra, che una volta svuotata di fattori nutritivi, impoverita di sostanze vitali, inaridita e resa sterile dal disimpegno e dall’incuria, difficilmente risorge. (<em>Ilaria de bonis</em>)</p>
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		<title>Niente soia, siamo umani</title>
		<link>http://www.cibopertutti.it/niente-soia-umani/</link>
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		<pubDate>Tue, 18 Nov 2014 08:37:32 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Fino ad un secolo fa i semi di soia erano qualcosa di praticamente sconosciuto al di fuori dei confini asiatici. Come lo furono i tuberi delle patate, arrivati in Europa solo alla metà del Cinquecento e considerati a quell’epoca un alimento malsano e di bassissima lega. Oggi centinaia di milioni di persone in tutto il mondo consumano soia, sia direttamente&#160;<a href="http://www.cibopertutti.it/niente-soia-umani/" class="read-more">Continue Reading</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Fino ad un secolo fa i semi di soia erano qualcosa di praticamente sconosciuto al di fuori dei confini asiatici. Come lo furono i tuberi delle patate, arrivati in Europa solo alla metà del Cinquecento e considerati a quell’epoca un alimento malsano e di bassissima lega.</p>
<p><span id="more-3091"></span>Oggi centinaia di milioni di persone in tutto il mondo consumano soia, sia direttamente che in maniera del tutto inconsapevole mangiando carne di pollo, uova e altri alimenti provenienti da animali nutriti con concimi alla soia. Questi semi multi-tasking crescono con grande facilità, nelle condizioni ambientali più disparate, e contengono alti livelli nutrizionali. Ma hanno un costo altissimo per l’ambiente e per l’ecosistema nel suo insieme. La denuncia arriva dal WWF, che ha appena pubblicato un accurato report dal titolo “La crescita della soia, impatti e soluzioni”. Il dossier si inserisce nel quadro di una campagna che il World Wildlife Fund conduce ormai da anni, quella chiamata Living Amazon, rilanciata anche di recente. Quest’ultimo dossier WWF spiega che nel solo 2012 sono stati prodotti circa 270 milioni di tonnellate di soia, il 93% dei quali in soli sei Paesi: Brasile, Stati Uniti, Argentina, Cina, India e Paraguay. La produzione si va espandendo a ritmi serrati anche in Bolivia e Uruguay. &lt;&lt;Consumiamo più soia di quanto crediamo &#8211; ha spiegato Eva Alessi responsabile sostenibilità del WWF Italia &#8211; ed è quella utilizzata come mangime per maiali e polli e negli alimenti trasformati che sono il vero problema, non certo il tofu o la salsa di soia. La produzione di un chilo di carne di pollo può richiedere oltre mezzo chilo di soia&gt;&gt;. Recenti ricerche nei Paesi Bassi hanno rilevato in effetti come in media vengano consumati 575 grammi di soia per produrre un chilo di carne di pollo. Ampie fette di foresta Amazzonica o di savana, in Sud America, così come vastissime praterie nordamericane se ne vanno in fumo, per far posto alle coltivazioni intensive di soia. Che a sua volta darà da mangiare a polli di batteria, maiali e bovini.</p>
<p><strong>Cresce la domanda nei Paesi emergenti</strong><br />
Certamente la necessità di dedicare i terreni alla coltivazione intensiva di colture destinate ai mangimi si giustifica con la necessità di sfamare fette sempre maggiori di popolazioni povera. Ma non può giustificare la desertificazione del territorio, anche perché la soia viene esportata in gran parte nei Paesi emergenti: l’import di soia dalla Cina è visto in aumento del 59% entro il 2021. Ma anche i mercati africani e quelli del Medio Oriente sono in espansione. Eppure non può avvenire a discapito della vita, della salute e dell’ambiente, dicono gli ambientalisti. La foresta Amazzonica è il termometro naturale del nostro pianeta: estesa per 6,7 milioni di chilometri quadrati, ospita il 10% di tutte le specie animali e vegetali conosciute al mondo. La sua flora è importantissima per la regolazione del clima a livello globale tanto che in un ettaro di territorio si possono trovare da 40 a 300 specie differenti di alberi. Molto preoccupato è il presidente onorario del WWF, Fulco Pratesi, che si è rivolto anche alla Chiesa e che a papa Francesco chiede un’attenzione particolare nei confronti dell’ambiente. &lt;&lt;Ho scritto una lettera al papa quando è stato eletto, dicevo che diversi pontefici hanno espresso la loro preoccupazione per la difesa del creato ma nessuno si è spinto a chiedere attenzione e impegno nei confronti di tutte le specie che compongono la biodiversità, senza la quale gli stessi esseri umani non potrebbero vivere&gt;&gt;, ci ha spiegato in una recente conversazione presso la sede del WWF romano.<br />
&lt;&lt;La rapida crescita della domanda di soia destinata all&#8217;alimentazione animale è un fattore che sta causando la distruzione di significative porzioni di foreste, savane e praterie, tra cui l&#8217;Amazzonia, il Cerrado, la foresta Atlantica, la foresta Chaco e Chiquitano&gt;&gt; denuncia ancora il WWF. La superficie dedicata alla coltivazione della soia è aumentata di dieci volte negli ultimi 50 anni e si prevede un ulteriore raddoppio entro il 2050. Circa 46 milioni di ettari, una superficie più grande della Germania, è dedicata alla sua coltivazione in America Latina.</p>
<p><strong>La moratoria sulla soia in Brasile</strong><br />
In Brasile il WWF e altre organizzazioni ambientaliste hanno raggiunto un buon compromesso in questi anni: una moratoria sulla coltivazione di soia che ha portato i suoi frutti. Inoltre i controlli ‘legali’ hanno contribuito al calo del 70% del tasso di deforestazione, fino a toccare quota 0,7 milioni di ettari di deforestazione l’anno nel 2009. Nel 2012 un record: il livello di deforestazione è stato il più basso dagli anni Ottanta che costituirono il periodo peggiore. Eppure i successi sono sempre labili e il progresso può regredire in breve tempo. Secondo il Brazil’s National Institute for Space Research almeno 61.500 ettari di riforestazione sono stati spazzati via tra il 2012 e 2013. Molto dipende dal braccio di ferro con i governi, le lobby agricole, e dalle attività dei coltivatori che sfuggono al controllo. Secondo il Sistema di Allerta deforestazione brasiliano, che si avvale di immagini ad alta definizione fornite dai satelliti, gli Stati più colpiti sono quelli di Parà, dove si concentrano i maggiori progetti idroelettrici e minerari, e Mato Grosso, zone di grandi coltivazioni di soia e allevamento di bestiame. &lt;&lt;Nel Mato Grosso la deforestazione è aumentata del 52% in un anno e nel Parà del 37%: sono dati allarmanti&gt;&gt;, aveva spiegato mesi fa il ministro dell’Ambiente Isabella Teixeira. La deforestazione in Amazzonia viene eseguita col metodo “taglia e brucia”: prima si abbattono gli alberi e poi si incendia il sottobosco rimanente.<br />
&lt;&lt;E’ una battaglia continua – ci spiega Claudio Maretti, responsabile di Iniciativa Amazzonia Viva – e il nostro ruolo è quello di portarla avanti instancabilmente perché se ci fermiamo o molliamo la presa si ricomincia daccapo&gt;&gt;.<br />
In ballo c’è la salute del pianeta. Ma a cosa serve la foresta Amazzonica? Anzitutto nelle sue foreste sono immagazzinate dai 90 a 140 miliardi di tonnellate di carbonio. L’Amazzonia è l&#8217;ecosistema più ricco al mondo in termini di biodiversità: negli ultimi 50 anni il 17% dell’area forestale è stata distrutta, sebbene fortunatamente l’80% della foresta Amazzonica sia ancora in vita. Sotto la sobria denominazione di Amazon Region Protected Areas Programme (ARPA) si cela il più vasto ed importante progetto globale di protezione della foresta tropicale che sia mai stato creato. Di qui al 2016 una fitta rete di aree protette dovrà assicurare la protezione di 60 milioni di ettari di foresta pluviale dell’Amazzonia brasiliana, una superficie ampia come la Spagna. L’iniziativa servirà ad assicurare un futuro alla maggior parte della diversità biologica locale e ad arginare le devastanti attività di disboscamento. (ilaria de bonis da Popoli e Missione di febbraio 2014)</p>
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		<title>Lo scandalo del cibo sprecato</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Nov 2014 08:34:41 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Il mondo ha fame, eppure si continua a gettare il cibo. Secondo le proiezioni delle Nazioni Unite, entro il 2075 la popolazione mondiale raggiungerà i 9,5 miliardi. Questo significa che ci saranno circa tre miliardi in più di bocche da sfamare. Oggi produciamo intorno ai quattro miliardi di tonnellate di alimenti all’anno, ma tra gli 1,2 e i 2 miliardi&#160;<a href="http://www.cibopertutti.it/scandalo-cibo-sprecato/" class="read-more">Continue Reading</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Il mondo ha fame, eppure si continua a gettare il cibo. Secondo le proiezioni delle Nazioni Unite, entro il 2075 la popolazione mondiale raggiungerà i 9,5 miliardi. Questo significa che ci saranno circa tre miliardi in più di bocche da sfamare. Oggi produciamo intorno ai quattro miliardi di tonnellate di alimenti all’anno, ma tra gli 1,2 e i 2 miliardi vanno dispersi.</p>
<p><span id="more-3093"></span>Non solo: con loro finiscono sprecati ampi tratti di terra e notevoli quantità di energia, fertilizzanti e acqua utilizzati per produrre quegli alimenti. Ma cos’è esattamente uno spreco alimentare? Come sottolinea il Barilla Food and Nutrition Center (Bfnc) in un voluminoso rapporto sull’argomento, le definizioni proposte negli anni sono state molte. Il Centro suggerisce due grandi categorie: le food losses, ossia le perdite che si determinano a monte della filiera agroalimentare, principalmente in fase di semina, coltivazione, raccolta, trattamento, conservazione e prima trasformazione agricola; e i food waste, ossia gli sprechi che avvengono durante trasformazione industriale, distribuzione e consumo finale. Di fatto, nell’immaginario collettivo, si tende spesso ad attribuire lo spreco di generi alimentari all’utente finale che dimentica prodotti scaduti nel frigo o getta nella spazzatura un pasto non gradito, invece il percorso è molto più lungo e complesso.<br />
Come rileva il rapporto Global Food – Waste not, Want not dell’Institution of Mechanical Engineers, istituzione di ingegneri professionali britannici, lo spreco avviene innanzitutto a causa di scarse conoscenze di pratiche agricole e ingegneristiche, mancanza di competenze nella gestione dei terreni agricoli, infrastrutture elettriche e idriche non adeguate, problemi di stoccaggio e trasporto merci e pratiche di marketing non appropriate (per esempio quella di scartare i prodotti non belli esteticamente).<br />
Tracciando una sorta di mappa dello spreco, il rapporto evidenzia come, nei Paesi più poveri, in particolare quelli dell’Africa sub-sahariana e del sud-est asiatico, occorra migliorare le fasi di semina e raccolta (parte dei prodotti restano nei campi), immagazzinamento (troppo cibo finisce preda di roditori o altri animali perché conservato in luoghi inadatti) e trasporto (i generi alimentari si sciupano se trasportati su mezzi sgangherati che percorrono strade impraticabili). Nelle nazioni ricche, invece, il problema è maggiormente concentrato alla fine della food chain, la catena del cibo. I consumatori tendono a scartare con una certa disinvoltura i generi acquistati in eccesso (per aver ceduto a offerte o approfittato degli sconti “tre per due”) o i prodotti scaduti, non graditi o danneggiati. Di fatto, come ha evidenziato un’indagine condotta nella primavera 2012 dalla Fondazione Sussidiarietà insieme a esperti del Politecnico di Milano con il contributo del Gruppo Nestlé, in Italia lo spreco domestico è intorno all’8% della spesa alimentare settimanale, per un valore di quasi sette miliardi di euro l’anno.<br />
Il problema è che nel Primo mondo &lt;&gt;.<br />
Qualcuno, però, la pensa diversamente. Per esempio quelli di Last minute market fondato dal docente Andrea Segré. Società spin-off dell&#8217;Università di Bologna, nata nel 1998 come attività di ricerca e diventata nel 2003 realtà imprenditoriale, opera in particolare in Emilia Romagna ma anche sul territorio nazionale sviluppando progetti che prevedono il recupero delle eccedenze alimentari (beni rimasti invenduti per le ragioni più varie, ma ancora perfettamente salubri) e la loro successiva distribuzione a persone bisognose ed enti caritativi. Nei progetti, oltre a donatori, beneficiari e volontari, sono coinvolti anche gli assessorati alle attività produttive, alle politiche sociali e culturali degli enti locali, le prefetture e le Asl, in modo da garantire legalità e trasparenza. All’estero un esperimento interessante è quello di The People&#8217;s Supermarket, negozio nel quartiere di Bloomsbury (Londra) ideato da sir Arthur Potts Dawson, uno chef che ha fatto della lotta contro gli sprechi una vera e propria missione. Oltre ad offrire prodotti organici, a chilometro zero, a prezzi imbattibili, l’esercizio ha questa particolarità: i prodotti invenduti e quelli non esteticamente perfetti (ma ugualmente gustosi) vengono utilizzati per preparare i menu da asporto. Una goccia nel mare? Forse. Ma la lotta agli sprechi comincia dalla propria tavola.</p>
<p>di Luciana Maci da Popoli e Missione</p>
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		<title>Cosa sono gli Epa?</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Nov 2014 08:30:58 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Possono tre semplici lettere cambiare il volto delle relazioni tra Africa ed Europa? La risposta è sì, se le lettere in questione – e, p, a &#8211; unite vanno a forma l’acronimo inglese EPA, che sta ad indicare i nuovi Accordi di partenariato economico siglati – al novembre 2014 – dall’Unione europea con tre differenti gruppi di Stati africani: il cosiddetto&#160;<a href="http://www.cibopertutti.it/gli-epa/" class="read-more">Continue Reading</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: 16px;">Possono tre semplici lettere cambiare il volto delle relazioni tra Africa ed Europa? La risposta è sì, se le lettere in questione – e, p, a &#8211; unite vanno a forma l’acronimo inglese EPA, che sta ad indicare i nuovi Accordi di partenariato economico siglati – al novembre 2014 – dall’Unione europea con tre differenti gruppi di Stati africani: il cosiddetto West Africa group (comprendente i 15 Paesi della Comunità economica dell’Africa occidentale più la Mauritania), il SADC-EPA group (formato da Botswana, Lesotho, Mozambico, Namibia, Sudafrica e Swaziland) e l’East African Community (Kenya, Tanzania, Uganda, Burundi e Ruanda). <span id="more-3105"></span></span></p>
<p><span style="font-size: 16px;">Accordi che – a conclusione del lungo processo di ratifica da parte dei singoli parlamenti nazionali – andranno a ridisegnare le relazioni economiche e commerciali tra i due continenti con effetti ad oggi ancora difficili da immaginare.   Nella sostanza gli stati africani, per vedere garantito ai propri prodotti l’accesso al mercato europeo senza dazi (come avveniva fino al 1° ottobre 2014), hanno dovuto sottoscrivere una serie di nuovi accordi (gli EPAs appunto) in cui si impegnano a liberalizzare i propri mercati facilitando l’accesso ai prodotti provenienti dall’Europa attraverso la progressiva abolizione dei dazi in entrata. Agli Stati africani sarà però consentito di mantenere alcune tasse a protezione di prodotti o settori considerati strategici. Per rendere l’idea di quale sarà la portata dei nuovi accordi basti pensare che gli scambi commerciali tra Unione europea e Africa occidentale – nel 2013 – erano parti a 68 miliardi di euro (FONTE UE). Nonostante le rassicurazioni dei negoziatori europei &#8211; il commissario europeo al commercio (uscente) De Gucht, ha parlato di un processo con mutui benefici e motore di un’occasione di sviluppo per l’Africa – non mancano le preoccupazioni per le possibili ricadute.</span></p>
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<p>La rete delle organizzazioni contadine e degli allevatori dell’Africa occidentale – riunite nel network ROPPA – ha più volte messo in guardia di fronte alle possibili ripercussioni dell’apertura dei mercati africani ai prodotti agricoli europei.</p>
<p>Il rischio – da loro paventato – è quello di vedere i mercati africani invasi di prodotti europei a basso costo, affossando così un settore che rappresenta la principale fonte di sostentamento per i 300 milioni di abitanti della regione.</p>
<p>prt_400x400_1403859891Prezzi che – sottolineano i vertici del ROPPA – sono viziati dai sussidi che l’Ue continua a pagare ai propri agricoltori: aiuti che si tramuterebbero in forme di dumping commerciale e concorrenza sleale nei confronti dei produttori africani.</p>
<p>Come sottolineato dall’inchiesta “The Dark Side of the italian Tomato” che denuncia come l’esportazione di pomodoro concentrato – prodotto in Italia e coperto da sussidi – abbia negli ultimi anni invaso il mercato ghanese provocando la crisi del mercato locale e costringendo migliaia di agricoltori ad emigrare (alcuni di questi verso la stessa Italia).</p>
<p>Sulla questione dei sussidi bisogna però ricordare come la Commissione europea si sia impegnata – nell’ambito degli stessi Epa – a provvedere alla loro progressiva cancellazione. Resta da capire in che tempi e con quali modalità.</p>
<p>Vi è poi il tema delicato dei mancati introiti per le casse dei governi africani derivanti dalle tasse imposte sui prodotti di importazione. Risorse che, per molti Paesi, rappresentavano un capitolo importante dei budget nazionali. Il dibattito è aperto e noi di africaeuropa ci sentiamo in dovere di provare ad affrontare un tema tanto complesso quando importante per il futuro di milioni di africani. Un tema che è stato snobbato e dimenticato dalla maggior parte dei media italiani, nonostante la recente scadenza del 1 ottobre 2014. Per questo abbiamo deciso di dedicare agli EPAs una serie di post che andranno ad approfondire i vari aspetti – non solo economici, ma anche politici – dei nuovi accordi. Questo perché crediamo che la conoscenza e l’informazione siano alla base di ogni possibile cambiamento.</p>
<p>Fonte: sito http://africaeuropa.it/2014/10/30/epa-benedizione-o-condanna-i-nuovi-accordi-economici-tra-africa-ed-europa</p>
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